12/08/2005

Senza meta.

Senza logica. Un picchiettio dell'innocente solitudine. Un maestrale che da quella fessura lì nella finestra, davanti a quell'azzurro che non si distingue se vetro o cielo, prova teneramente ad assomigliare ai nostri freddi e secchi peccati. Prenderne la forma per volare via come vento e tornare puliti come un mobile senza polvere. Questo vorrei. E mentre il sole lentamente cade al cospetto delle nostre bugie, rimanendo distanti da quello che presto diverrà buio, nel silenzio continuo a cercare la figura di quel piccolo corpo gravido di una terapia che mi distolga dalla convinzione che la follia non sia in realtà una grave malattia mentale ma un'ambizione di qualcuno o di qualcosa oltre ogni limite. Quel corpo che in quel silenzio danza e gioca alterando la forma delle cose che diciamo. Quel corpo. Ciò che vedo sono io. Tuttavia mi sento impalpabile, sfuggo alla percezione del tatto, voglio prendermi e non aver paura di essere infetto da macroplasma ma riconoscere che tutto quel che ora sono è frutto del tempo. Ma lui non conosce il peccato perché è privo di esperienza, digiuno di malizia. Lui è innocente forse per incapacità di commettere il male o forse per ignoranza del male stesso. È ingenuo, è semplice. Non posso essere io e questo piano uccide i miei occhi. Ho cercato a lungo nelle insidie dei miei anni l'essenza per la quale continuo ancora a tentare la mia strada. Ma guardandomi indietro forse riconosco che l'importante, intanto, è alzarsi e continuare, l'importante è camminare, andare, incoscienti come facevamo quando la scoperta delle forme delle circostanze ancora ci stupiva. Guardandomi indietro capisco che nonostante il mio percorso retroceda non arriverò al candore primordiale ma sarò costretta a lasciarmi trasportare in quest'inutile intreccio di strade, lontano dai sogni che dolcemente fanno male, avvicinandomi sempre più a quel margine che mi separa dalla realtà e mi porta verso una trepidante alienazione mentale per il semplice fatto che nella mia vita ho custodito la ricerca nel mio passato della più autentica verità interiore. Un viaggio nell'inferno di Orfeo che per amore e sospetto vede scomparire la sua Euridice, un viaggio attraverso la mia esistenza che per recuperare consistenza si schianta forte come un treno nella notte e nel combattimento contro il vento, io, divento una giovane e folle fata che si nasconde nella fragilità del buio, come i bambini quando hanno paura. Forse sto vincendo.


29/07/2005

Fammi male

Ciò che fino a poco fa era immaginazione, è divenuta realtà. Si è consumata la mia virtuosità e ora non sono più me stessa. Toccami ancora perché ho ardentemente bisogno del tuo contatto, di sentire l'essenza che trasuda da dentro te. Il mio corpo geme più della mia voce. È bello sentirsi toccare dalle mani di uno sconosciuto che viola la propria intimità. Travolgimi d'emozioni, scrutami l'anima. Sento la carne ribollire ed il mio stesso fiato soffocarmi. Ancora pochi minuti di vita mi concedi ed io con le tue dita dentro voglio delirare. Mi punti la pistola, si innalza imponente sulle mie labbra e mai così piacevole è stato il desiderio di rischiare. Sparami ti prego, e toccami. Toccami, toccami con tutto ciò che possiedi. Entrami, sono schiava del tuo arbitrio. Ho perso la mia dignità - me l'hai sottratta - l'hai ingerita. Angelo disperato sto ancora aspettando la mia morte. Ti prego voglio subirti profondamente. Riempimi. Ho ardentemente bisogno di ritrovarmi - segna con il tuo fluido il percorso per raggiungermi. Zittiscimi, stringimi, picchiami, insultami, violentami perché nella tua cattiveria io mi disseto. Lasciami vivere ancora un po' perché voglio ancora berti. Lasciami morire ancora un po' perché voglio arrivare a riunirmi con te in questa corsa lacerante. Lasciami vivere ancora un po' perché il mio corpo ha ardentemente bisogno del tuo contatto. Lasciami morire ancora un po' mentre coi denti strappi il dono che renitente ti ho venduto. Fammi gridare, lascia che nel mio pianto avverso io ti maledica. Mai così bello è stato farsi male.



27/07/2005

Così, senti.

Guarda gli animali in questa stanza. Sei sicuro siano buoni? Hanno degli strani occhi. Sei sicuro che allo specchio non sia io? Intravedo forme familiari. Mi pare di vedere tutte le cose nel loro giusto posto di appartenenza. Guarda questo taglio. Sei sicuro non sia grave? Vedo il sangue sgorgare. Sei sicuro non sia mio? Ha un sapore conosciuto. Mi pare di vedere tutte le cose nel loro giusto posto di appartenenza. Guarda quest'anima qua dentro. Sei sicuro che sia un'illusione? Puoi vederla. Sei sicuro che sia solo paura nascosta? Sento mescolarmi con violenza. Mi pare di vedere tutte le cose nel loro giusto posto di appartenenza. Guarda questa mano. Sei sicuro sia tutto a posto? Non ha più riflessi. Sei sicuro di dirmi la verità? Trovo nelle tue parole qualcosa di duro, di minerario. Se solo come me vedessi tutte le cose nel loro giusto posto di appartenenza mi crederesti. Se solo così fosse capiresti che male fa. Se solo così fosse vedresti come me null'altro che qualcosa di vivo, sospirante, avvolto in pellicole che noi chiamiamo pelle. Il diavolo e il dio delle nostre riscosse come ombre morte dentro la nostra testa, come la creazione e la distruzione dei nostri dubbi. E possiamo anche scegliere di crederci ma non possiamo trovare parole per spiegarne il perché. Se solo come me vedessi tutte le cose nel loro giusto posto di appartenenza ti arrenderesti ed urleresti basta perché tutto sarebbe già chiaro, perché vedresti il cerchio chiudersi e tu dentro esso accartocciarti e decomporti e tornare al nulla iniziale. Perché tutto sarebbe già chiaro e vivo nella morte. Credi che tutto ciò sia esecrabile? Lo credo anche io ed è per questo che degli occhi non ne faccio altro che un vetro oscurato e di questa candela il mio sole pensando solo che tutto ciò in questa notte può avere molto fascino e nulla più. Solo una favola in cui rifugiarmi è la realtà. Fingendo che questo sia il mio posto di appartenenza, piangendo silenziosamente perché sto mentendo a me stessa.